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Gli archivi del Piccolo Teatro


Così fan tutte - 1997-98

autore: Lorenzo Da Ponte, Wolfgang Amadeus Mozart
regia: Carlo Battistoni, Giorgio Strehler
direttore orchestra: Ion Marin
scene: Ezio Frigerio
costumi: Franca Squarciapino
    


Appunti di regia Così fan tutte 1997

Diari di prove e appunti sparsi sull'opera e l'allestimento che Strehler non portò a termine a causa della sua scomparsa

Così fan tutte  di Mozart - Da Ponte 1997/1998

DIARIO DI LAVORO – Appunti dalle prove 12-23 dicembre ’97

 

Vi vedo per la prima volta tutti insieme; mi sembrate molto disciplinati, molto seri, però già intuisco che fra di voi ci siano dei rapporti fraterni, che sia possibile creare un gruppo. Un gruppo, non prima e seconda compagnia. Semplicemente, necessariamente, prima canteranno alcuni di voi e poi gli altri. L’importante è sapere che ognuno, pur con la sua individualità, è intercambiabile, deve sapere fare le stesse cose. Perché l’idea che sta sotto quel sorriso, quel gesto è identica. Prima di cominciare le prove con voi ho accarezzato per un momento il sogno che voi non aveste mai né cantato né visto "Così fan tutte". Che la vostra "prima volta" fosse proprio con questo vecchio signore che ha in mente un "Così fan tutte" molto diverso dal solito, per certi aspetti rivoluzionario .

 

Vi dico subito che non sarà facile farlo, ma che non dovete avere paura. Occorre essere freschi, spontanei, felici, avere dentro la voglia di giocare, ma anche essere sereni, questo si, perché quest’opera è cosi cara al mio cuore e mi sembra cosi grande. È così grande quello che ha fatto il genio di Mozart sul libretto di Da Ponte, un simpatico avventuriero che però sapeva molto sulla vita e sull’amore, sulla loro vanità. E ha scritto quest’opera pensandola come un "giochetto", da vecchio libertino. E invece… ecco la grandissima musica di Mozart anche se nella trilogia che comprende "Don Giovanni", "Le nozze di Figaro", accade che "Così fan tutte" sia spesso considerata un’operina. E invece è solo l’ultima della trilogia delle passioni: "Le nozze di Figaro", sulla variabilità dell’amore; "Don Giovanni": la tragicità delle passioni e delle non passioni in contatto continuo. E poi, ecco "Così fan tutte": un "giochetto"? Ma no, un’opera meravigliosa, piena di musica semplice, naturale. Anch’io vi chiederò semplicità, naturalezza, che è la cosa fondamentale in tutte le arti… meno si appare e più si è grandi… anche se non è una storia realistica sembra che nascesse da una vicenda accaduta a Trieste, di cui avevano parlato le gazzette dell’epoca. "Così fan tutte" è vero teatro musicale nel senso che attraverso la musica Mozart "vedeva" l’azione, ne suggeriva gli sviluppi in una concatenazione perfetta, ma semplice. In ogni gesto noi dovremo ribadire tutto questo e saremo molto aiutati se seguiremo la verità della sua musica. Quello che dobbiamo fare tutti noi comporta delle enormi difficoltà stilistiche perché ci troviamo di fronte a un’opera oscillante, misteriosa. Come i sentimenti: le due sorelle di Ferrara, Dorabella e Fiordiligi amano o forse no. I due ufficialetti eleganti, nella loro bella divisa candida, amano o forse no. O forse si. È vero o è falso quello che succede? È impossibile direte voi, a meno che non lo si veda come una parabola… Ma, ragazzi, ve lo ripeto ancora: o ce la facciamo a mettere in luce il lato sconosciuto di quest’opera assolutamente ambigua dove l’incerto, il vero, il falso, la passione, da gioco possono diventare veri o il contrario oppure è meglio rinunciare.

 

Dunque abbiamo queste due ragazze e questi due ufficiali che poi si trasformeranno in albanesi, valacchi, turchi, non importa cosa; quello che importa è che sono esotici, che sono "altri". Alle due ragazze piacciono, perché sono divertenti, sono meno formali e le donne - si sa - guardano al sodo. Il Guglielmo finto è meglio di quello vero; il Ferrando albanese è più eccitante… Prima sono due giovanotti ingenui, con qualche difficoltà. Improvvisamente un vecchiaccio che la sa lunga, don Alfonso, gli dice: "attenzione ragazzi che le donne sono tutte uguali, tutte pronte a tradire se occorre". Loro no, loro credono che l’amore sia eterno, che non si tradisce. Anche noi quando eravamo giovani l’abbiamo pensato. Poi ci siamo accorti che la vita è più complessa… soffrendo come cani, magari.

 

Ecco, all’inizio, siamo in un caffè. C’è questo signore che la sa lunga, un po’ smagato, un po’ corruttore, un po’ intellettuale, un signore dei lumi, scettico e scalcagnato che beve caffè, legge giornali, e dà lezioni di erotismo perché è un libertino. Ragazzi, dovete mettervelo bene in testa: questa è un’opera erotica, piena di desiderio e di sesso. Non è una storia edificante di ragazzine e ragazzini un po’ stupidi: è la storia di persone che si amano, che si desiderano, che desiderano scambiarsi, come succede nella vita. Così fan tutte? Ma no, così fan tutti, piuttosto. Mica è un’opera contro le donne: figurarsi Mozart e Da Ponte. No, qui tutti si desiderano, tutti tradiscono, tutti mentono… Il pubblico capisce subito che quei personaggi si comportano come succede anche a noi. E allora… perdoniamoci perché tutti siamo capaci di sbagliare… un po’ di pietà e di bontà uno per l’altro, perché non solo noi personaggi, non solo noi che cantiamo, non solo noi che facciamo il teatro, ma anche quelli che ci ascoltano e ci vedono possono sbagliarsi…

 

Adesso mi guardate così come se dicessi chissà cosa; ma quando sarete più maturi vi ricorderete di quello che vi ha detto questo vecchio signore, di quello che vi ha chiesto. Ragazzi la vita è questo. Tutto è in movimento nella vita, niente è fermo, inerte, freddo. La coppia è un fatto provvisorio, può sempre rompersi e rovesciarsi. Le passioni non sono mai definitive, ma momentanee. L’eros è sempre al di là delle convenienze. Se ci sono convenienze si superano con trucchi, commedie, finzioni teatrali, scuse o altro. Ma bisogna avere comprensione perché tutti siamo pieni di colpe. Voi mi direte… ma noi no, noi siamo diversi. Ma no, magari non l’avete ancora fatto, ma lo farete perché siamo fragili… Mozart ci raccomanda di non farne una tragedia; bisogna tenere presente che la realtà della vita è complessa e terribile. A Mozart piacevano le ragazze; ma sapeva che anche Costanza non se ne stava quieta ad aspettarlo e con indulgenza le scriveva "comportati con discrezione ai bagni di Baden Baden…". Un uomo che conosceva il bene e il male e che con un sorriso ironico e perfino un po’ cattivo, ma anche con una certa pietà ci diceva che l’uomo e la donna sono esseri ben fragili… Pensate a "Così fan tutte": quando le coppie si sono scompaginate, quando c’è stato l’inganno, quando c’è stato il tradimento, ecco le due ragazze dire "perdono, perdono non lo faremo più…" Sarà vero? Non importa, non prendiamocela tanto. Ragioniamoci su, si può cambiare umore e comportamento con rapidità e dove c’era da piangere si può ridere… In "Cosi fan tutte" c’è tanto sorriso - dolce, farsesco -, ma c’è anche, alla fine, pietà per noi povere marionette che recitiamo con relativa sincerità l’amore. Alla fine ci si scambia sempre le parti.

 

Questo gioco che è proprio della vita umana Mozart l’ha colto e messo in una luce crudele, ridicola e pietosa al tempo stesso. "Che povere e ridicole cose siamo noi umani quando amiamo". Le due sorelle Dorabella è più carnale, Fiordiligi potrebbe essere più tenera, più romantica. Alcuni registi le hanno fatte quasi uguali per fare capire che sono due sorelle. Una sciocchezza. Per me Fiordiligi è mora e Dorabella è bionda o comunque più chiara. Sarete un po’ nude, fa tanto caldo a Napoli, è piacevole. Un po’ di seno fuori, le ascelle che si intravvedono, come le gambe, le mutandine, magari. Mutandine del Settecento certo, ma pur sempre mutandine.

 

La platea deve capire che certo vi volete bene, che certo siete sorelle, ma che siete diverse . E se Fiordiligi sogna, almeno all’inizio, l’amore romantico, Dorabella non fa mistero del suo eros. È più disponibile a divertirsi. Certo non va con tutti, ma si pone meno problemi. Fiordiligi no, lei ha un vero dramma quando si sente attratta dagli albanesi e la musica ce lo fa capire. "Posso tradire il mio amore oppure no? Posso amare due uomini nello stesso tempo?" Si chiede. Dorabella no, è più libera, più allegra, più scopertamente sensuale. Le due ragazze non sono quasi mai vestite eleganti. Sono quasi sempre in sottoveste, con corsetti sensuali, capelli non completamente pettinati, che spesso pettinano. Braccia nude, ascelle erotiche. Hanno vestaglie comode e morbide che si legano facilmente e "diventano" vestiti. Stanno a piedi nudi o portano pianelle italiche con tacco o senza . Solo una volta indossano zoccoli alti da bagno turco, per ridere una dell’altra. Hanno ventagli. Quando sono sole sono libere, quasi poeticamente nude. Quando stanno con i loro amanti albanesi portano anche loro qualche cosa di esotico, ma possono levarsi in fretta la sopravveste quando ritornano i loro innamorati e restano molto scoperte, un po’ nude sotto. Ferrando e Guglielmo Anche loro non sono uguali. Sono simili solo nell’essere storditi, sono tanto giovani e inesperti e si trovano presto invischiati in un gioco pericoloso. Forse Ferrando è più sensibile, canta l’amore. Ci crede, ci spera. Crede nella dolcezza e nella fedeltà, lui! Ma in astratto. Quell’avventura, che con un po’ di leggerezza e spinti da don Alfonso hanno messo in moto, non si può fermare.

 

C’è una scommessa, anche, di mezzo. Guglielmo si innamorerà avvero di Dorabella, faranno davvero l’amore in una barca e lei si alzerà tutta stordita. Tutti e quattro hanno voglia di peccato. Un essere nuovo da amare, un bel ragazzo, una bella ragazza nuovi… Quando si travestono da albanesi, non sono dei clown, non sono comici a tutti i costi. Sono due bei ragazzi vestiti da orientali e una donna può ben innamorarsi di un bel ragazzo così. Ricordatevi sempre: credibilità. Eccome se ci si può innamorare. I due ufficialini sono così formali, così per bene. Qui invece tutto è più esotico c’è molto sud, molto caldo, poco formalismo.

 

Nella scena finale i due ufficiali italiani corrono dentro la stanza in cui sono nascosti i vestiti esotici, con le spade in mano. Naturalmente non trovano nessuno… Ma uscendo fanno uno scherzo alle donne: fanno credere che stanno spingendo fuori di spalle i due amanti albanesi, si vedono le loro vesti… poi le lasciano cadere e restano solo loro. Le due ragazze all’inizio sono terrorizzate. Ma allora? Despina Per me è un personaggio difficilissimo. Convenzionale in un certo senso (viene dalla commedia dell’arte), messa lì per confondere e far procedere il gioco della vita che assomiglia perfettamente al mondo finto della commedia dell’arte. È finta come cameriera, come dottore, come notaio. È una maschera, ma nella tradizione non esistono maschere così. Smeraldina e Colombina sono un’altra cosa. E allora? Come appare? Forse è l’unico personaggio maturo, l’unico che riesce a cantare "Niente è più breve della vita. D’essere non t’accorgi quasi". Don Alfonso Don Alfonso è come il Restif de la Bretonne che ho visto fare a Jean Louis Barrault. Una specie di Casanova in disarmo con le scarpe scalcagnate, sporche. Vizioso e anche laido, ma intelligente. È un godereccio burlone, disincantato. Lui sa come va la vita. Funge da regista voyeur, spesso sta alla ribalta di schiena, seduto su di una sedia o da parte, di lato. Qualche problema

 

La luce è estiva, sempre. Ma morbida. Fa caldo. Penombra di persiane chiuse. Fuori c’è molta luce che filtra in scena da invisibili finestre. La persiana invisibile, se non come traccia di luce a terra o su di un personaggio, immaginandola appena appena alzata è la chiave che darò per le luci. Il tramonto per l’addio dei soldati. Mare azzurro verso notte, che tremola. Vero/non vero. Notte fantastica per la festa della seduzione, con lumi o fiaccole: una festa all’italiana. Che non ci sia anche una mezzaluna lassù? Molto alta, molto lontana. E alberi, mare blu, con un po’ di vento che fa increspare l’acqua verso sera. Letti di ferro, alla "napoletana" magari con santini, con copriletto bianco, che devono dare una sensazione erotica, lenzuola usate, roba buttata per terra, in disordine. I mobili devono essere fragili, come visti in filigrana. Per questo mi pare che le sedie tipo canna, tipo bambù siano l’indicazione giusta. Anche le due dormeuses, la panca sul davanti: tutto lieve, anche se concreto, che si può portare via senza problemi, con cambi veloci… gioco di bambini grandi.

 

Lo spettacolo che voglio fare con voi Dunque: nella sala illuminata dolcemente con gli ottoni che brillano con una luce quieta, di attesa, un grande boccascena un po’ trasparente e un po’ no, un sipario che brilla dietro al quale si intravvede qualcosa. Un golfo mistico, rosso e oro, con i leggii pronti e gli spartiti aperti, aspetta. Cominciano ad apparire, da destra e da sinistra, ma anche dal centro, con calma, a gruppi, signori in frac, signore in abito da sera, tutti giovani, per fare musica. La luce si abbassa adagio mentre i giovani accordano gli strumenti, l’orchestra si fa viva. Poi buio in sala ed entra un giovane solo, va al centro, apre lo spartito, si inchina serio, ma non severo. Silenzio. A un suo gesto comincia l’ouverture di "Così fan tutte" di Wolfgang Amadeus Mozart. Ecco che il sipario comincia a palpitare e ad alzarsi verso l’alto, sparendo. Come nel vento. Appare la scena. Tre tavoli, tre sedie, tre personaggi. Due "uffiziali" come dice il libretto e un signore "vecchio" e un po’ strano che legge gazzette, beve caffè. Il suo tavolo è pieno di libri, carte, giornali. Sullo sfondo l’immagine del Teatro San Carlo di Napoli. È il caffé del teatro? Forse. Si incomincia: si canta, si parla, si scommette. Alla fine i tre escono dal centro del palco, il vecchio signore che parla e ride, davanti a tutti. Subito dopo sale verso l’alto l’immagine del Grande Teatro San Carlo e appare un palcoscenico buio. Qua e là due o tre ceste, pochi coristi, comparse aspettano. Sono vestiti da soldati, giovani, donne, qualche turco, due pascià in turbante. Il vecchio saluta e indica, ridendo, la gente agli ufficiali, tira via un turbante a un corista, per metterlo in testa a un ufficiale al posto del tricorno militare.

 

Ecco che davanti scende un fondale brillante e mosso. Due muri bianchi con portali delimitano lo spazio mentre tre giovani portano via rapidamente tavoli, sedie ed altri posano due agrippine , una panca al centro. Entrano due donne giovani una chiara di capelli, l’altra scura, una si siede di lato sulla dormeuse, con la testa sulle ginocchia dell’altra. Guardano i medaglioni che portano al collo mostrandoli l’una all’altra con i ritratti dei loro amanti. Aspettano i loro amori, che non arrivano. Arriva invece un vecchio signore che spasima, piange e si chiama don Alfonso. Terribili notizie! Gli amanti di Dorabella e di Fiordiligi non verranno: devono partire per la guerra. Ma poi i due arrivano, tristissimi, vacillanti per il commiato con scene di strazio e di amore. Suona un tamburo militare, si sente una marcia e poi un coro di soldati e di donne. La scena si apre, si alzano i veli, le due giovani si mettono i capellini di paglia e le scarpine, prendono i due ombrellini e tirano fuori fazzoletti per le lacrime. Gli addii vanno fatti ben vestiti!

 

Sul fondo appare la barca con i soldati che devono partire, si fa festa. Dorabella e Fiordiligi non vogliono abbandonare Gugliemo e Ferrando, che devono partire. Nel tramonto i soldati e gli ufficiali partono. Addio, addio amore mio! Invece corrono a travestirsi per ingannare e tentare le loro donne. Mentre scende la sera le due sorelle e don Alfonso cantano sulla riva del male un augurio di buon ritorno. Grande malinconia. Invece il vecchio ride, malvagio, cinico e anche un po’ laido. Legge da un libro che trae fuori dalla tasca alcune strofe di un poeta, che parla della disonestà di ogni cuore di femmina. È contento per come va il mondo.

 

Rapidissimo cambio di scena. Si ricrea lo spazio con le due dormeuses, la panca, ecc. Despina donna tuttofare ancora piacente prepara la colazione per le due sorelle. Che maledizione essere cameriera e lavorare tutto il giorno per quelle che non lavorano mai! Eccole arrivare finalmente le due in lacrime, mettendo tutto sossopra, come in una tragedia. Despina le rincuora: sono partiti i due amanti? Ma se ne trovano cento altri. Cantano e ballano e la malinconia se ne va. C’è penombra perchè Dorabella ha ordinato di chiudere tutto e di fare buio per marcare la tristezza. Arriva il vecchio e chiede che cosa è successo. Poi chiama Despina che racconta tutto. Don Alfonso la paga e le racconta che due albanesi ricchissimi e belli si sono innamorati delle sue padrone. Se lo aiuta, ci sono soldi. Ma dove sono e, soprattutto, come sono questi albanesi? Bellissimi e stanno già di là. Don Alfonso propone di farli entrare. Arrivano i due nuovi innamorati con servi, profumi, regali, tappeti. Sono giovani, senza barba e sono velati almeno all’inizio. Si inginocchiano davanti a Despina e cantano il loro amore. Ma come, si sono sbagliati? No, giocano solo a fare gli orientali pazzi d’amore. Gli cade il velo dal viso, ma Despina non sembra riconoscerli. Neppure Dorabella e Fiordiligi li riconoscono: come osano entrare così in casa di due ragazze per bene? Don Alfonso dice che sono figli di amici, ma le ragazze non gli danno retta. I due innamorati sono contenti: le loro ragazze sono fedeli! Ma ecco pronta un’altra trappola: i due innamorati fingeranno di suicidarsi sotto gli occhi delle due donne.

 

La scena cambia. Appare un giardino sul mare. Non è ancora notte. Le ragazze cantano l’amore guardando la notte che arriva. Non sono felici, ma turbate. Improvvisamente si sentono le grida dei due albanesi che vogliono uccidersi con due boccette d’arsenico e cadono in agonia al suolo. Don Alfonso consiglia le due sorelle, sconvolte, di chiamare un medico. Anzi ci penserà lui. Le due ragazze si avvicinano, prendono sulle loro ginocchia le teste dei due ragazzi: come sono carini, giovani… e poi hanno tentato di morire per amore. Potranno salvarsi? Ecco qui il dottore che ci penserà (ma è Despina travestita). I due "resuscitano" sotto le sue cure e il loro primo gesto è quello di abbracciare le ginocchia delle ragazze, di baciare loro le mani. Ma perchè solo quelle? Dateci la bocca! E fanno per baciarle. Le due sorelle li respingono. È quasi notte e Dorabella e Fiordiligi cantano il loro amore per gli sposi; Guglielmo e Ferrando sono un po’ preoccupati per tanta eccessiva dedizione. Don Alfonso e Despina decidono di tentare ancora qualcosa. È il sestetto che chiude il primo atto. Un sestetto d’attesa e d’amore. Il sipario, come un presagio, cala nel vento.

 

All’inizio del secondo atto, il sipario si alza sulla casa delle due ragazze. È notte e ci sono i letti sfatti, gran disordine. Le due sorelle in camicia da notte, spettinate, inquiete, ascoltano Despina che canta un’aria cinica, viziosa su come una donna deve stare al mondo. Più amanti ha meglio è. Alla luce delle candele, nei loro letti, le due sorelle sono sconvolte. Despina avrà ragione? Gli uomini tradiscono sempre? E allora? Allora ci si può divertire, basta che nessuno lo sappia. Le due sorelle si dividono gli amanti: una sceglie il bruno, l’altro il biondo, invertendo le coppie di prima. Arriva don Alfonso: i due albanesi hanno organizzato una festa con serenata al mare. Mentre le ragazze si vestono di corsa la scena cambia a vista attorno a loro. Sale il velo scintillante e in lontananza appare una barca illuminata con suonatori. In cielo c’è una bella mezzaluna. Ci sono anche Gugliemo e Ferrando travestiti e ragazze e ragazzi turchi che portano alle due sorelle abiti di foggia orientale da indossare. I due albanesi cantano una serenata, gli altri si allontanano e restano solo i sei. Che fare? Despina e don Alfonso insegnano agli uomini e alle donne come ci si deve comportare. Adesso arrangiatevi, dicono. I quattro restano soli e mentre Fiordiligi e Ferrando se ne vanno a passeggiare fra Dorabella e Guglielmo scoppia una scena di autentica passione e spariscono nella barca. Tutto vero o tutto finzione? Intanto Ferrando dichiara la sua passione a Fiordiligi che sente attrazione per lui, ma si controlla. Come fare ad amare un altro uomo? Canta il suo dramma Fiordiligi e intanto alle sue spalle Dorabella esce dalla barca trascinando un brandello del suo vestito, ebbra. Siamo di nuovo nella casa delle due ragazze. Ci sono dei paraventi con specchi. Despina si congratula con Dorabella, poi entra Fiordiligi, in pieno dramma: anche lei ama! Decide di travestirsi da uomo per andare al campo a cercare Guglielmo. Si è appena travestita che ecco arriva in scena Ferrando. Fiordiligi si difende, ma alla fine cede: "fai di me quello che vuoi". Buio. Luce di colpo. Non visto Guglielmo ha assistito a quest’incontro. Amaramente i due cantano sugli scherzi della vita. Ma don Alfonso smorza il dramma: siete pari. Le due ragazze, dice Despina, sembrano ormai intenzionate a sposarsi con gli albanesi. Bisogna portare fino in fondo l’inganno.

 

Vuoto con solo un gran tavolo, entra il coro portando i candelabri, entrano le schiave con una grande tovaglia, cuscini, piatti, posate. I quattro si siedono alla turca con il bordo della tovaglia tirato su fino al mento. Sembra quasi un gigantesco letto. Entra Despina travestita da notaio, legge il contratto, ma ecco un gran rumore. Don Alfonso va a vedere e dice che sono tornati i soldati. Le due ragazze gridano, cercando di nascondere tutto compresi gli innamorati che nascondono dietro un velario. Lì dietro i due albanesi cambiano abito e riappaiono vestiti da ufficiale. Le due donne sono agitatissime: "come mai?", chiedono. È l’emozione di rivedervi, dicono loro. Ma cos’è quella pergamena per terra? È il contratto nuziale. Minacce di morte, di giustizia sommaria da parte dei due ufficiali. Cercano i due albanesi ma ritornano solo con pochi abiti, copricapi, finti baffi. E si rivelano alla due innamorate che, in ginocchio, piangendo, chiedono pietà. Sono gli altri che le hanno fatte sbagliare. Tutto è ormai chiaro. Meglio perdonarsi perchè la vita è così e tutti cantano che non bisogna mai prendere nulla sul serio. Tanto vale ridere. Così siam tutti!

 

Ecco che, da un baule militare portato lì da due attendenti, appare Despina che si strucca e si sveste dell’abito di notaio. Ecco l’ombra del Vesuvio che appare… scende il sipario pieno di vento, si muove anche il fondale dove scompaiono le figurine dei protagonisti… Per sempre.

 

Brindisi di Natale, 23 dicembre

 

Siamo qui per salutarci e farci gli auguri. Ma voglio ringraziarvi anche per il vostro calore, per il vostro entusiasmo che ho sentito attorno a me, per la vostra disciplina, sempre forte. Insieme stiamo tentando di fare una cosa difficile, ma sono certo che ce la faremo. Abbiamo lavorato concentrati, lontani da ogni mondanità, dedicandoci solo a Mozart, in un Teatro Nuovo che alzerà per la prima volta il sipario in suo nome. Vi sono immensamente grato di questo.

 

Gli auguri che ci facciamo sono un po’ diversi dal solito: il Piccolo non chiude, durante le vacanze, ma lavora. C’è qualcosa di nuovo che ci aspetta. Non c’è modo migliore per festeggiare il Natale, l’Anno nuovo che verrà, gli impegni che ci aspettano e che guardo senza nascondermi le difficoltà ma con serenità, grazie al vostro affetto. Buon Natale a tutti voi e alle vostre famiglie.

 

Ultima prova, 23 dicembre

 

Oggi proviamo l’ultima scena di "Così fan tutte". Mi dicono: "ma come, dottore, proprio lei che non lo fa mai fino all’ultimo, prova il finale? Ma allora lo spettacolo, dopo dieci giorni è già fatto"… Lasciamoli parlare. Quello che voglio dirvi è che questa scena non possiamo buttarla via. Le due sorelle stanno sedute attorno al tavolo un po’ vestite da turche, con i due albanesi. Sono tutte prese dal gioco che c’è fra loro e i due cavalieri stranieri, che è anche un gioco erotico: ci si tocca sotto il tavolo, ci si riconosce…" Bevi bevi, tocca tocca". Ma con leggerezza mi raccomando. Ecco questo strano gioco un po’ da commedia dell’arte comincia. I quattro quasi spariscono dentro la tovaglia che ricopre il tavolo . Ecco che appare un notaio che non è altri che quella matricolata di Despina d’accordo con quell’altro simpatico mascalzone che è don Alfonso, il quale, però, si è ben guardato dal dirle che i due albanesi, in realtà sono Ferrando e Guglielmo. Improvvisamente mentre sono lì a leggere le carte ecco un rumore. Cosa sarà mai? Sono loro, i soldati che ritornano. Panico, ma Dorabella e Fiordiligi non si perdono d’animo. Fanno come tutte le donne: nascondono. Ecco, spingete i vostri amanti dietro il velario come sa fosse un armadio, così (fa vedere come). Per il resto niente paura: un calcetto con la scarpina così (compie l’azione), per nascondere in qualche modo il contratto di matriminio, i vestiti alla turca, sbattuti qua e là. Viene fuori il vestitino di sempre: non è successo niente tutto si è fermato come al momento della partenza dei due innamorati …rifacciamo tutto.

 

Attenti. I gesti devono essere veri, naturali, non plateali, veloci. Leggeri. Ma avete una certa ansia: "oddio, oddio i nostri innamorati sono tornati e noi stavamo qui con gli altri… via tutto via tutto, facciamo sparire tutto non è stato niente, niente… (fa ripetere alla cantanti tre quattro volte). Ecco i soldati portano in scena i bagagli degli ufficiali fra questi c’è un baule, un baule di teatro, un po’ la cesta di Arlecchino, ecco così. Despina, buttati dentro! Arrivano i due ufficiali con la loro bella divisa, che poi sono i nostri due albanesi, i mascalzoni. E quindi si devono cambiare tutti in fretta: "mia cara, mio caro" si dicono, ma tutti e quattro sanno che hanno mentito e che non c’è poi gran gioia in quel ritrovarsi.

 

Ecco che Guglielmo trova il contratto di nozze: finta rabbia. No così, finta!! Ma che cosa vuol mai dire tutto questo? Nozze. Nozze? "E via, traditrice, ridammi il mio ritratto" dice a Fiordiligi Guglielmo, mentre Despina esce travestita dalla sua cesta e si spoglia velocemente degli abiti di notaio per ritornare la serva finta di sempre (fa ripetere più volte). Non siate rigidi: velocità, leggerezza. Leggerezza, capite? Gioco …"Bevi, bevi, tocca tocca"… Ecco che tutto si ricompone nel campo di battaglia di questa farsa dolce - amara che è questa scena. Fedeltà, amore eterno… Un sogno, un sogno, tutti l’hanno imparato, tutti lo sanno. Ma la vita non è sogno, la vita è un’altra cosa. Noi uomini siamo effimeri come i nostri sentimenti… C’è tutto questo mentre cantate, al di là della parole. È questa la morale enorme che Mozart ci lascia. Su così bravi, tu coprila un po’ (dice a Gugliemo) perché lei è un po’ svestita. Su abbracciatevi, ridete con un po’ di tristezza magari… la vita è questo, cosa credete?

 

Ecco adesso tutti insieme rivolgetevi verso il pubblico, abituatevi "a parlare" con il pubblico. Non sono un fanatico della dizione, ma dovete abituarvi a fare capire la parole che dite. "Che ridere che ridere" cantate… Un bel sorriso mi raccomando, ma tristezza… che bella la vita, che triste la vita… (fa ripetere la scena più e più volte). Ecco tutto si scioglie. Sembra che i protagonisti abbiano capito tutto. Lasciano perdere, tutti insieme. Si abbracciano, ridono e piangono un po’, si vergognano e sono felici, ma provano anche pena. Le coppie si incrociano e si spiano. Chissà uno va a guardare l’amante sotto la parrucca, un’altra trova un baffo perduto per terra. Forse per un attimo, ma solo per un attimo, gli ufficiali si mettono, il vestito lasciato cadere dalle donne… Provate a farlo… Chi sono le donne? Chi gli uomini? Chi le infedeli? Chi gli spasimanti? Su, coraggio, fate: scioltezza, naturalezza, gioco… (Si ripete). Avete lavorato bene, sono contento di voi. Allora questo vecchio "mostro" vi fa un regalo. Vi dà un giorno di vacanza in più (applausi). Il 27 non ci sarò. Ci rivediamo il 28.

 

Giorgio Strehler

 

Dal Programma di sala 1997/98

 

Senza clamore, senza mondanità, semplicemente con uno straordinario raccoglimento, abbiamo incominciato le prove di Così fan tutte di A. W. Mozart. Il Teatro risuona ovunque della musica e dello spirito di chi stiamo cercando di interpretare.

 

Stanze vuote, spazi freddi e non finiti, corridoi dove quasi non passa mai nessuno, sono percorsi ora da suoni meravigliosi, voci di umani e di strumenti, ed hanno finalmente una vita, trovano, anche se incompleti, una ragione morale per esistere. Ci siamo – come dire? – barricati sui ponti di questa nave più caldi e più completi e lì passiamo le nostre ore di lavoro con uno slancio, un amore rinnovato. Coloro che interpretano questo capolavoro dell’umano spirito sono tutti giovani; giovani cantanti, giovani musicisti, giovani collaboratori musicali, giovane direttore d’orchestra. E noi vecchi storici del Piccolo ma non "preistorici" continuiamo la nostra missione nel cuore di un progetto nuovo, unico in questo "mondo dello spettacolo" che indica aumenti di pubblico – come non compiacercene? – ma non garantisce qualità, progettualità, ricerca ed idee. Noi da due anni ci battiamo per un "cambiamento" di mentalità, offrendo proposte per un nuovo modo di intendere il Teatro pubblico, un diverso rapporto con la collettività per un vero "teatro" d’arte.

 

Così fan tutte di Mozart aprirà un nuovo Piccolo Teatro che si lega, senza caparbietà, al vecchio Piccolo Teatro. Non è senza senso che solo un corridoio unisca già due Teatri vicini fisicamente e spiritualmente, dove, in uno l’avvenimento teatrale è per molti e cerca di essere il più completo esteticamente e nell’altro crescono gli attori di domani, e si dà una casa, uno spazio e dei teatranti, a coloro che chiedono percorsi diversi. Mozart nasce in mezzo ai giovani e l’atmosfera intorno a questo lavoro non è "multimediatica" con trombe e tamburi ma è parca, a bassa voce in cui si sussurrano e si cantano parole d’amore.

 

Sono il più giovane dei patriarchi, dicevano in Francia, e parlo con una lunga esperienza ma trovo ben pochi paragoni nel passato, per quello che sta avvenendo oggi in tante sale sparse che si rimandano i suoni senza disturbarsi a vicenda. Io sto vivendo, stiamo vivendo una esperienza tenerissima anche se piena di severità concettuale di rigore, di responsabilità. È la gioia, ecco, che pervade il nostro lavoro come mai. Gioia di essere insieme, gioia di unire freschezza e sapienza, teatro e musica, sul filo di ciò che Mozart ci ha dato. Io credo che alcuni genii universali lascino nelle loro opere un carico enorme di energia, di bontà, di felicità anche nel dolore e che queste si comunichino al di là dei secoli ai loro interpreti se essi aprono il loro cuore liberamente, con abbandono. E così questa opera in musica che è più di un’opera in musica, nasce in una "felicità spirituale" quasi incredibile.

 

Stiamo lavorando, sì ma non è solo lavoro: stiamo compiendo immensi atti d’amore e l’amore deve dare felicità. Siamo serenamente felici, sicuri che daremo qualcosa di nuovo, di bello e di buono ai nostri futuri spettatori. Ecco un senso di un Nuovo Teatro d’Arte: la felicità di sentirci umani.

 

L’Arte contro il disumano e il male e tutto ciò che di basso ad ogni ora ci circonda.

 

Giorgio Strehler

 

Primi appunti – Inedito luglio ’97

 

La scena rappresenta un "teatro" che è un eterno "teatro della vita". Non è rigido. Può a volte palpitare un poco. C'è una possibile trasparenza generale. Senza fantasmi. I personaggi possono vedersi anche "attraverso" qualcosa. Non pareti, non stanze con porte e così via. Dietro si vedono talvolta alberi, moli, barche, mare con un poco di vento che increspa l’acqua blu, verso sera. E letti di ferro che sono sempre lì o in azione o nell’ombra o quasi in quinta. I letti sono alla "napoletana" con copriletto bianco, cuscini, tutto talvolta sfatto. I letti magari hanno i "santini" sulle spalliere. Due armadi "all’italiana" con roba su e rami d’ulivo secchi. I letti devono dare una sensazione di intimità erotica, sono usati, con lenzuola usate e roba buttata lì per terra, un poco in disordine. E ci sono anche "divani alla turca" e sgabelli turcheschi (vedi Léotard)? Perché? Non lo so. I tavolini del "caffè" per la prima scena, sono col piano di marmo, bicchieri d’acqua gelata, caraffe di limonata e molte caffettiere alla "napoletana" con tazzine, piattini e cucchiaini. Le napoletane sono fumanti. Sedie per un "inventato" caffè napoletano. Tutto un poco usato, tutto un po’ sgangherato. Tutto un po’ sporco. Una scopa con immondizia e polvere in un angolo. Forse c’è un biliardino piccolo e incrostato di madreperla con palle e stecche. Una napoletana si rovescia durante la lite, il caffè fumante si sparge. Piattini e tazze si rompono, due sedie si rovesciano. Anche divani, non turchi, per la casa "delle donne". Ma "gli ufficiali" turcheschi, albanesi o altro, portano e fanno portare, all'inizio "regali" d’Oriente: stoffe, tappeti, narghilè, incensieri che spargono vapori e profumi. La scena in qualche punto è immersa nel vapore. Le donne aspirano e vacillano un poco. Ci sono o ci saranno anche alcune vesti, vestaglie, cappelli, turbanti femminili, pantofole turchesche. (Vedi Léotard sempre). E zoccoli altissimi per il "bagno turco". Quando le donne li provano, ridono. Inversione dei trucchi: i due "uffiziali" portano eleganti baffi e barba "alla militare". Non comici ma certo "rigidi" composti con uniforme spada, tricorni ecc. I due "albanesi" non hanno né mustacchi né barbe. Sono glabri. Molto belli e giovani. Molto truccati all’orientale: occhi con blu, sopracciglia, ciglia lunghe, labbra un poco rosse. Turbanti o copricapo eleganti, scarpe "alla turca" o stivaletti. Vesti ricche e morbide. Pettinature con capelli lunghi e ondulati. Sono molto "strani", molto "piacevoli", quasi un po’ femminili ma virilissimi nelle azioni che però sono sempre delicate, appassionate e "diverse" da quelle degli "uffiziali". Sono giovani, quasi "ragazzi" di un altro mondo. Affascinanti, ambigui e misteriosi. Le due "donne" si trovano con loro "in un altro mondo". Raffinato e sconosciuto.

 

Così Fan Tutte è un’opera erotica. Così Fan Tutte è un’opera "didascalica".

 

Dal titolo ai nomi, dalla simmetria della trama e dei personaggi, dallo svolgimento del tema, dalla prima frase pronunciata: "La mia Dorabella capace non è: - fedel come bella il cielo la fè". Tutto è una "dimostrazione". Ovviamente camuffata dall’arte, ma non troppo. E tutta giocata con un "finto comico". In realtà è tragica. M. Verdoux di Chaplin. Il tema è l’amore. L’amore "fedele" eterno ecc., ecc., non esiste. Le donne sono infantili, impietose, incostanti, appassionate, fragili. La "coppia" è un fatto provvisorio. Può sempre rompersi e rovesciarsi. Gli uomini non sono migliori delle donne. L’Eros è "oltre" le convenienze. Se ci sono "convenienze" si superano con "trucchi", "commedie", finzioni teatrali, scuse e altro. Don Giovanni, il fondo delle "passioni". Il suo rinnegamento non poteva che essere paradossale e distruttore delle "passioni". Perché, in Così Fan Tutte, le passioni non sono mai definitive. Sono momenti. La vita travolge con le sue "circostanze iridescenti".

 

Non si poteva uscire dal Don Giovanni se non con il silenzio delle passioni, opera ultima o con la negazione delle passioni: così. IL NUCLEO Dl COSÍ FAN TUTTE È IN DON GIOVANNI. CIOÈ NEL SUO LATO CINICO, NEL GIOCO DEL BURLADOR. NEL NON CREDERE NELL’AMORE.

 

Per arrivare all’assoluto del Flauto Magico, Mozart doveva distaccarsi completamente dal Don Giovanni. Doveva arrivare alla negazione dell’amore come passione, alla negazione della coppia per poi, con il supremo balzo del genio, proiettarlo nell’infinito, ritrovarlo come favola umana impossibile ma purtuttavia "salvazione" solare.

 

Ma anche nel Flauto, a parte Pamina e Tamino, Papageno e Papagena (anche qui i doppi, quello alto e quello basso) tutto è ambiguo e mutevole. Là tutto può essere così ma anche il suo inverso. Perché la vita umana è così. Mozart era arrivato a conoscere le vite con una quasi incredibile profondità, come una suprema, vera e finta, tragica ma anche ridicola avventura breve.

 

E purtuttavia con una sua misteriosa proiezione nell’infinito. Perché l'ultima scena del Flauto non dovrebbe allora "trasformarsi nel sole"? Solo nell’assoluto le passioni possono stabilizzarsi. Nella realtà no. Ecco Così Fan Tutte. C’è solo sorriso - talvolta dolce, talvolta farsesco e poi pietà alla fine per noi, povere marionette che recitano anche con relativa sincerità l’Amore. Ma alla fine ci si scambia sempre le parti.

 

Una commedia umana, vista epicamente, buffa, pericolosa, cruda e ridicola. Così Fan Tutte opera "straordinaria" dell’ultimo Mozart. L’ultima della trilogia delle passioni: Nozze, la variabilità dell’Amore nelle sue diverse forme-personaggi, la pena e la pietà. Don Giovanni, la tragicità delle passioni e delle non passioni in contatto continuo. Così Fan Tutte, la ridicola tenerezza delle passioni degli umani.

 

Come ha fatto Da Ponte, geniale avventuriero, a scriverla così? Io credo che l’abbia scritta magari con incoscienza. Non totale però. Da Ponte sapeva molto della vita e dell’amore. Della sua vanità.

 

Probabilmente Da Ponte non ha mai amato o una volta sola ed è stato deluso da sé e dall’altra. Da Ponte, è certo, non avrebbe mai potuto nemmeno figurarsi Il Flauto Magico. Ha pensato qui anche a se stesso ed alla vita intorno da vecchio libertino ma credendo di fare, in fondo, un "giochetto" con un po’ di crudeltà, forse o certamente antifemminista, da uomo insomma traditore e sempre tradito. Questo "giochetto" che è nella vita umana, Mozart l’ha esaltato e messo in luce crudele, ridicola e pietosa al tempo stesso. "Che povere e ridicole cose siamo noi umani quando amiamo!"

 

La sua musica gli dava la possibilità di rendere questo gioco umano stupido e vano incomprensibilmente alto. Ed emblematico della condizione umana. O Così Fan Tutte è una "disgrazia" di Mozart, una follia imbecille, fatta magari per soldi. E non è così. O Così Fan Tutte cela una grandezza così misteriosa che pochi riescono a capirla. Per questo "i giudizi" su Così sono tutti così miseri e falsi. Non capisco nemmeno la trama. Ed è come prendere La Tempesta di Shakespeare per una commedia fantastica "per marionette" e trucchi.

 

Per l’orchestra c’è un problema di fondo. Forse bisognerebbe, per prima cosa, accorgersi che potrebbe trattarsi anche di un concerto per Fagotto solista. Il fagotto, là dove, in altri tempi e modi, avrebbe dovuto trovarsi il clarinetto. Il clarinetto trasformato in fagotto. Secondo me in Così Fan Tutte l’importanza del fagotto è enorme. Il direttore dovrebbe saperlo. Come dovrebbe sapere le cose più importanti: i limiti del falso e del vero accostati in un modo talmente sapiente ed altissimo da non riuscire quasi a distinguerli più.

 

La direzione deve essere ambigua come l’opera: ma fa sul serio o no? Ma è una caricatura, questa aria, dell’"opera seria" o no? È "seria" quest’aria di Fiordiligi (cioè sente veramente quello che canta e dice) o invece non è? E tutto questo senza parere. Lasciando sempre in dubbio. La spaventosa difficoltà di Così Fan Tutte per gli interpreti è di essere seri, veri, tragici, nello stesso tempo che comici, falsi e ridicoli

 

Dirigere Così è un’operazione estrema.

 

Domanda: le due donne capiscono o finiscono per capire che i due albanesi sono i loro due amanti ufficiali e se li scambiano proprio per questo? Cosi di uomini che si scambiano le donne? Quando lo sanno? O mai? O è sottinteso, come credo. Ciò è impossibile da rappresentare. In realtà la storia semplice potrebbe essere questa: Due coppie vogliono scambiarsi, le donne vogliono avere gli uomini dell’altra, Io stesso gli uomini per le donne. Vogliono avere l’amante dell’altra o dell’altro. Ma ci sono le convenienze non solo sociali ma anche interiori: certe cose non si fanno. Allora inventano quasi inconsciamente, sospinti da un "cinico quinto" che in nulla crede più, forse neanche nella vita, il modo per farlo "senza colpa" come un gioco. È tutto in fondo un trucco.

 

Ma quando l’una va a letto con l’altro, il "tradito" che a sua volta tradisce il traditore, soffre. E inversamente. Alla fine il gioco è svelato. Con un altro trucco. Non spiegato. Potrebbe anche non esserlo. I due uffiziali ritornano con barba e baffi, tricorno e uniforme. I due "misteriosi albanesi" un po’ femmine-maschi scompaiono per sempre, le coppie si ricompongono dopo questa esperienza aperta.

 

Tutti si perdonano reciprocamente. Alla fine i protagonisti si allontanano verso il fondo, tenendosi per mano e voltandosi col viso verso il pubblico ogni tanto. Sorridono ma sono un po’ tristi e un po’ no. Scuotono le teste. Si dicono e dicono al pubblico: cosa volete, cosa vogliamo farci… E così. Tutto è così. Non loro, anche noi attori, anche voi pubblico.

 

E forse uno perde un baffo, a un altro si stacca un poco la barba. Si sorridono e una donna prende i poveri pezzi del trucco e gioca con essi mentre scende il buio, si abbracciano nel fondo e spariscono. Le due donne, una bionda, l’altra nera. Così i due albanesi. Soltanto che le coppie normali sono biondo con biondo, nero con nero e le altre il contrario. O viceversa. L’opera deve esalare erotismo e sesso, senza parere. Letti, ascelle, corsetti, capelli sfatti e forcine, pettini e petti virili degli albanesi, labbra e lingua, mani e abbracci furtivi ed espliciti. Profumi ed odori. Oriente e Napoli italica.

 

Una scena allucinante come esempio: Fiordiligi decide di vestirsi da '"uffiziale" per andare dall’amante ufficiale. Si spoglia e si veste (come? in scena. Si vedrà come). Eros del travestimento. Quando è vestita da uomo di colpo entra l’uomo vero che la stringe fra le braccia e l’ama. Lei cede vestita da uomo ma lui le ha slacciato un poco l’uniforme e le ha infilato una mano nel seno. Alla fine lei cede e cade su un letto o un divano o dove si vuole. Vestiti tutti e due come uomini. Buio. Don Alfonso è come Restif de la Bretonne fatto da Jean-Louis Barrault un poco con le scarpe scalcagnate, sporche, vizioso ed anche laido ma intelligente. Non è un godereccio burlone. Lui lo sa. Funge da regista voyeur, spesso alla ribalta di schiena seduto su una sedia o in un canto. Il personaggio più difficile è Despina. E una cosa convenzionale (da commedia dell’arte) messa lì per confondere e far procedere il gioco della vita che assomiglia perfettamente al mondo finto della Commedia dell’arte. Così è tutta "teatrale" cioè finta. Come? Ed è sempre finta come dottore, notaio o cameriera. È una maschera sempre. Ma non esiste una maschera così. Smeraldina o Corallina o quello che si vuole sono altre cose. E allora cos’è Despina? Come "appare"? Forse, l’unica, una cantante già matura. Una vecchia cantante che riesca però a cantare la parte?

 

Niente è più breve della vita. D’essere non t’accorgi quasi.

 

ALTRE RIFLESSIONI SULLA SCENA

1) Mi dispiace di avere messo sul tavolo un problema imprevisto. Ma "l’impianto di base" mi ha creato un dubbio credo fondato. Se mi sono sbagliato "la colpa è tutta mia". Ho avuto l’impressione che tutto risultasse "impiccato verso l’alto", che l’inclinazione risultasse troppo esaltata, che i gradini portassero lo spettacolo "in su", che la scansione fosse da riguardare nel suo insieme. Ho perciò preparato due alternative: a) il piano scenico senza gradini b) il piano scenico con un solo gradino più basso. Sia l’una soluzione che l’altra portano una pendenza minore e un prolungamento del piano della scena (senza quindi il praticabile scorrevole aggiunto). Questo prolungamento è necessario poiché esso mi consente una possibilità di spazio più ampio, al di là del velo-scintilla. Ovviamente questo non cambia nulla nella concezione: il mare resta così, le barche sono un po’ più lontane. Solo la centina del vento per il cielo deve avere una curva più ampia o non averla affatto. Io non ho visto la soluzione con un solo gradino. Ma nel pensiero ho la sensazione che sarà quella che sceglierai tu. È la più semplice, la più pulita, la meno esaltata, la più usabile. Vedi tu. Se tu giudichi che i due gradini e la inclinazione correlativa vanno bene così, tutto resta come non detto. Ma credimi, lo spettacolo deve essere non sforzato, essere "a terra" ed essere limpido, tranquillo.

 

2) Le tavole del palco, ottimamente realizzate, mi sono sembrate (come dire?) troppo monotone, troppo lucide, insomma, troppo da fiaba. Il limite lo si potrà stabilire solo dopo un po’ di luce e dopo aver sistemato il tutto. Si fa presto a velare le tavole un poco.

 

3) Velo-scintilla. Per ora una sconfitta, stranamente però eccitante. Cosa fare? Le cuciture e le grinze se lo illumini di taglio e non di immenso, sono insopportabili. Se diventa velo trasparente non brilla più. È un velo come tanti altri e basta. Con due ventole primitive si agita stupendamente ma non basta. Forse occorre un velo molto lieve davanti, per smorzare il brillio (che è però il suo bello). Ma quale distanza? Ecc... ecc... ecc... Si può solo sperimentare. È un materiale nuovo, a noi sconosciuto. E ricorderai i nostri primi fondali di plastica. Ci sono voluti anni, per capire che andavano illuminati di riflesso, con un controfondale bianco ed una serie di veli azzurri e grigi dietro e davanti. Oggi siamo davanti a questa cosa nuova e dobbiamo scoprirne il suo uso e la sua tecnica. Quale grande interrogativo. Resta il fatto che è un materiale non stirabile, né tendibile, ma che deve essere cucito perfettamente. Io temo che non potrà mai esserlo del tutto. Ecco perché l’idea del velo davanti, ma con mille incertezze. Alla fine troveremo la soluzione, ma costerà molti tentativi, molto tempo e molta fatica.

 

4) Il fondale come base è quello di sempre. I due "miroleges" ai lati (anche queste invenzioni arrivate molto tempo dopo). Il velo principale davanti, curvo o dritto non mi pare che importi molto.

 

5) Il mare. Sappiamo e non sappiamo. la materia, l’effetto, il tipo di illuminazione. Se riuscirò a farlo vibrare un poco col vento. Ma non mi spaventa.

 

6) I due elementi mobili. Non li ho visti completati in altezza e in materia. Così, sono molto secchi, e adesso, come tutto, danno quasi fastidio. Ma non sarà così. L’unico mio dubbio: lo spessore. È troppo? O è un inganno della situazione? Presto per dirlo. Certo, in un impianto del boccascena così aereo e tutto il resto molto sospeso e fragile, i due elementi sono concreti ed immobili. Opachi? Pesanti? Sono però insostituibili anche se non sono riuscito a trovare almeno qualche posizione base. Soprattutto per gli interni. Quanto sono distanti tra loro? Quale area di gioco delimitano? Insomma, Ezio, siamo davanti un’altra volta ad una cosa difficilissima e che deve essere un niente e un tutto. Per saperne di più dobbiamo avere una situazione di base formale, finita in ogni sua componente. Solo così potremo farla diventare la cosa straordinaria, lo spazio baluginante, inquietante, mobile e tanto altro. Questa volta si tratta non del triplo, ma del sestuplo salto mortale.

 

7) I mobili. Devono ineluttabilmente essere fragili, come visti in filigrana. Per questo mi pare che le sedie tipo canna, tipo bambù (ce n’è una per il Caffè) siano l’indicazione giusta. così i due divanetti con cuscini, rotoli e altro, i due letti, il tavolo, panca sul davanti, i due paraventi con specchi, tutto lieve, anche se concreto. Roba che si può portare via come niente, nei cambi, mentre il fondo scintillante e no, palpita. Non ci si deve accorgere quasi, che "si sta cambiando scena", tanto tutto sembra facile, rapido, gioco di bambini grandi. Ma il punto fondamentale è che non vi ho fatto vedere lo spettacolo nel suo insieme. Un poco perché non lo bene nemmeno io ma soprattuto perché è uno spettacolo che si fa "insieme", con le cose, i suoni, le luci, il canto, la musica, la storia. In me è maturissimo e nello stesso tempo incerto, come una intuizione non realizzata. Tenterò di raccontartelo e ci saranno cose di cui non hai sentito ancora parlare. Devi starmi vicino Ezio, Franca, tutti! Non lasciatemi solo!

 

Dunque: nella sala illuminata dolcemente con gli ottoni che brillano (non ignobilmente come adesso, luce quieta, di attesa) un grande boccascena trasparente e no. Un sipario che brilla ma dietro si vede qualcosa. Un golfo mistico, di rosso e oro con i leggii pronti e gli spartiti aperti, aspetta. Ad un certo punto cominciano ad apparire con calma e a gruppi signori in frac, signore in abito da sera, giovani tutti, a destra e sinistra, portano strumenti ed entrano anche dal centro, per "fare musica". La luce si abbassa adagio mentre i giovani preludiano, l’orchestra si fa viva. Poi buio in sala ed entra un giovane solo, va al centro, apre lo spartito, si inchina serio ma non severo. Silenzio.

 

Ad un suo gesto comincia l’ouverture di "Così fan tutte" di W.A. Mozart. Poi, più tardi, il sipario incomincia a palpitare e si alzerà in alto sparendo. Come nel vento. Appare la scena. Tre tavoli con sedie, tre personaggi: due ufficiale e un signore "vecchio", e strano che legge gazzette, beve caffè. Il suo tavolo è pieno di libri, carte, giornali. Nel fondo si intravede l’immagine del Teatro San Carlo di Napoli. Avviene la scena, si canta, si parla, si scommette. Alla fine i tre escono dal centro, preceduti dal vecchio signore che parla e ride. Intanto si alza l’immagine del Grande Teatro e scopre un palcoscenico buio.

 

Qua e là due o tre ceste, pochi coristi, comparse, aspettano. Sono vestiti da soldati, giovani donne, qualche turco, due pascià in turbante. Il vecchio saluta indica la gente agli ufficiali ridendo, tira via un turbante a un corista. Lo mette in testa a un ufficiale, tirando via il tricorno militare. Intanto, davanti scende un fondo brillante e mosso. Due muri con portali delimitano uno spazio mentre tre giovani portano via rapidamente, tavoli, sedie, e altri posano due divanetti graziosi e una panca ornata, al centro.

 

Sulle panche si siedono due giovani donne una bionda e l’altra nera. Una seduta a terra, di lato, ha la testa posata sulle ginocchia dell’altra. Guardano scambiandosi attaccati ai nastri rosso e blu, due medaglioni con le immagini degli amanti. Aspettano i loro amori: ma non arrivano, arriva invece il vecchio signore che spasima, piange e si chiama Don Alfonso. Terribili notizie! I due amanti di Dorabella e Fiordiligi non verranno.

 

Devono partire per la guerra. Tragedia.

 

Ma poi i due vengono, con mantelli e valige, tristissimi vacillanti e qui scene di strazio e amore. Ma suona un tamburo militare, si sente una marcia e poi un coro di soldati e di donne. La scena si apre. Si alzano i veli, le due giovani si mettono i cappellini di paglia, prendono i due ombrellini e addosso le scarpine e tirano fuori fazzoletti per le lacrime. Gli addii vanno fatti ben vestiti! Sul fondo appare la barca con i soldati che devono partire, giovani donne fanno festa. Dorabella e Fiordiligi non voglio abbandonare Guglielmo e Ferrando, ma l’ora preme. I soldati nel tramonto, partono, i due uffiziali anche. Addio, addio amore mio! E corrono a travestirsi per ingannare e tentare le loro donne.

 

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