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Vita di Galileo - 1963-64

autore: Bertolt Brecht
traduzione: Emilio Castellani
regia: Giorgio Strehler
scene: Luciano Damiani
costumi: Luciano Damiani
musiche: Hanns Eisler
maschere: Donato Sartori
    


Lettera agli attori di Vita di Galileo del 1963

Lettera di riflessione agli attori sul lavoro d'allestimento dello spettacolo

 
 
 
Pochi giorni dopo la mia partenza, ho scritto alcune righe, innanzitutto per inviarvi un saluto particolarmente affettuoso e nello stesso tempo per parlarvi del “nostro” Galileo, non come riassunto del passato, ma come problema da affrontare, sera per sera, nel domani.
 
Mi decido a farvelo leggere solo oggi, proprio al termine della prima parte di repliche di uno spettacolo che – ineluttabilmente – ha inciso nella vostra vita di attori più ancora di quello che voi stessi credete. E proprio perché Vita di Galileo ha rappresentato per me un atto di vita morale assai più che una “rappresentazione” di teatro, per alta che fosse, mi parve allora giusto non raccomandarvi niente, non esortarvi a nulla. Lasciarvi alla vostra piena, responsabile, libertà.
Ora, mentre cala per l’ultima volta, in questo anno, il sipario sulla somma di tanti giorni di lavoro, voglio solo ricordare con tenerezza, è proprio la parola che suona più giusta: tenerezza, il nostro lungo inverno, tra gli alberi del parco che erano poi quelli del Nôst Milan e che il caso – è quella parte di miracolo che soccorre talvolta il teatro – aveva voluto, un giorno, illuminare persino con i resti di un Tivoli moderno ma “disposto” a un certo punto come le “nostre” scene, con gli stessi colori, le stesse bandiere, la stessa nebbia, gli stessi suoni.
 
C’è tanto, in questo inverno e in quella primavera, che non abbiamo quasi toccato, né con occhi, né con mani, chiusi nella nostra assurda pena di comici affannati. C’è tanta vita, per un costume, o un gesto, o un tono, tanta, tanta vita di tutti noi, che mi spinge soltanto ad abbracciarvi tutti uno per uno. Dico tutti: chi ha capito da sempre e chi ha capito in ritardo. Chi sta facendo finalmente il suo cammino umano di conoscenza e di amore, proprio ora, proprio all’ultimo momento, e chi non riesce ancora a farlo. Chi ha sbagliato e chi non ha sbagliato, chi ha detto troppo o troppo poco o non ha detto affatto. Tutti. E non per una specie di retorica dell’evangelico, ma per questa mia incrollabile fiducia nell’uomo, che mi accompagna da sempre. Ciò che importa è solo “come” ci ritroveremo fra qualche mese. E quello che ci avrà insegnato il nostro lavoro per “vivere.”
 
La ripresa della Vita di Galileo sento che non potrà non trovarci con un qualcosa di migliore, per ciascuno di noi. Mi basta.
Prima di partire avrei voluto salutarvi uno per uno e farvi sapere tutti insieme, sul nostro palcoscenico, il mio pensiero circa l’“eterno” problema del risultato artistico di uno spettacolo, durante le sue repliche.
 
È un problema che, per quanto riguarda Vita di Galileo, si presenta con ragioni maggiori di sempre. Vita di Galileo è uno spettacolo nato, come qualcuno ha voluto credere, non per un rigido calcolo, come una “costruzione” fredda, pensata al tavolino, un qualcosa di disumano, frutto di volontà politiche, di argomenti culturali, critici, ma come – e noi lo sappiamo bene – un qualcosa cresciuto giorno per giorno con estremo abbandono, con grande libertà di ispirazione, con pena, tenerezza e molto amore. Che poi, alla fine del nostro lavoro, tutto questo materiale poetico si sia riordinato in uno schema lineare, semplice, chiaro, ma nella sua semplicità forse molto ricco e abbastanza profondo, è un altro fatto.
 
Esso è un risultato d’arte a posteriori, ma come ogni opera d’arte irreversibile. Vita di Galileo è uno spettacolo che ha come caratteristica un equilibrio assai difficile da raggiungere. Un equilibrio “ai limiti del possibile,” ritmico, tonale, plastico.
 
Basta poco, pochissimo per snaturarlo completamente. Un breve mutamento di accenti, un breve raccordo di tempi o un allargamento da un’altra parte, e “tutti” i pesi si spostano. Ora, le repliche di uno spettacolo sono una cosa viva, non un museo di toni e gesti raggelati nel vuoto. Le repliche portano con sé come un segno della vita che è sempre nuova, sempre inattesa, sempre irripetibile. Ma è proprio nostro compito, di noi “interpreti”, ottenere questa gioia nuova della vita da comunicare agli altri, ricalcando pazientemente noi stessi, i nostri gesti concordati e conquistati “ieri,” in una sorta di paziente lavoro che non si sa se è memoria o riflesso o altro ancora più misterioso che acquista, sera per sera, la parvenza della realtà che meravigliosamente si muove.
È tutto qui il mistero del nostro mestiere. E tutta qui sta la fatica – grande – del nostro lavoro. Tutto qui il valore del nostro essere attori: questo continuo rifarsi di se stessi con l’anima sempre libera e fresca come nel primo momento dell’intuizione poetica che ci parve giusta e alla quale subito consegnammo con concretezza di movimento, di suono, di peso, il più possibile un accordo con la parola che leggevamo immobile sulle pagine del testo.
 
Voi dovete trovare la vostra pacificazione, la vostra verità proprio in questa incredibile disciplina interiore, in questo lavoro che apparentemente è sordo, e in fondo disumano – da sempre lo penso. Non c’è altro modo per continuare. E forse è spaventoso, ma come dice Galileo: “È così!”
Io esigo tutto ciò da me stesso, questo sì, con ferocia, e lo esigo anche da voi. Vita di Galileo, a differenza di molti altri spettacoli, non dovrà subire dunque le modificazioni che si accumulano giorno per giorno, dovute a troppe ragioni, apparentemente giustificabili ma in sostanza, credetemi, tutte contro il “teatro,” inteso rettamente per noi comici, contro il senso del nostro mestiere, quello vero, che è fatto di attenzione profonda ad ogni atto compiuto, di estrema modestia e pulizia interiore, di estremo rispetto di sé, del lavoro proprio e altrui. Sostanzialmente che è fatto di una “vera” semplice umiltà.
 
Discutere tra voi, vi prego, non naturalmente per il gusto di discutere nel sottopalco ma (siamo uomini tutti e ci conosciamo nei nostri difetti) per capirvi meglio. Discutere sul serio, in disposizione di buona fede, di attenzione, di rispetto reciproco. “Mettere in dubbio tutto,” ma fatelo per “costruire,” non per distruggere.
Infine il punto più importante: al di fuori di ciò che è meccanismo, in un certo senso di ciò che è stato stabilito, badate bene, “insieme,” e insisto sempre nel dire insieme. Non per gusto, come è compiacenza della generosità, ma perché alla fine, comunque sia avvenuto il nostro faticoso travaglio, per quanto io possa avervi guidato, addirittura spesso insegnato, persino “cose” elementari, del “vostro” mestiere, pure sempre è lavoro “nostro,” collettivo.
 
Perché il teatro è sempre innanzitutto un modo ineluttabile per stare insieme, e il risultato non è mai singolo. Mai.
Al di fuori di ciò c’è lo spirito, con il quale il nostro lavoro viene fatto. Ed è evidente che non si tratta solo di disciplina formale, ma anche di qualcosa di molto più profondo. Vita di Galileo non si accontenta di essere recitato con precisione, deve essere recitato con il suo modo e il suo stile, cioè con distensione, con un’attitudine narrativa, che potrà piacere o non piacere, ma che è l’unica possibile, e soprattutto un’unità “vitale,” aperta al futuro. Lasciate parlare alcuni nostri critici troppo scuri per vedere le cose chiare. Sappiamo bene che al di là dei nostri errori – e sono parecchi – c’è in questo nostro spettacolo un avvio ad un teatro di domani, l’inizio di un discorso, ben lungi dall’essere concluso e completo. Ma in questo atteggiamento c’è un agguato che voi ben conoscete: cioè una specie di involontaria pigrizia mentale, aiutata dalla distensione tonale, quasi che il teatro narrativo sia una questione puramente tonale, di certe cadenze, di certe inflessioni, di certe interrogazioni, di certi “disse,” che noi usiamo come piccoli punti di appoggio, per il nostro vero lavoro, ma che sono appunto soltanto punti di appoggio.
 
Ricordatevi sempre che se l’agguato del teatro realistico è quello della limitazione, della contrazione, dell’eccesso di partecipazione psicofisica, della nevrastenia, del troppo “carico”: l’agguato del Teatro epico è quello del grigio, del lento per il lento, del semplicemente pronunziato sintatticamente (ed è già qualcosa, amici miei, dire le cose con il loro giusto peso sintattico, lessicale, grammaticale!), del senza peso, senza spessore. Tanto e tante volte ho criticato i vostri toni quando erano solo schemi di intonazione. Ricordatevi che il teatro narrativo è innanzitutto un modo di pensare, un modo di impegnarsi. È una scuola di responsabilità morale, di scelta. Perciò ogni sera può forse esserci difetto del sentire, delle disponibilità, stanchezza degli effetti, ma non “dovrebbe” essere possibile, recitando sul teatro, rinnegare ad ogni parola la vostra natura di esseri che pensano, ed esistono pensando. Il teatro narrativo non ha scampo. Voi lo sapete: chiede la vostra presenza totale, ragionata, cosciente. Se no, non esiste. C’è il vuoto. Pensate allo squallore di una scena recitata “solo” tonalmente, in un apparente stile epico, con gli attori che solo ricalcano il gesto, il suono, ma non riescono a essere presenti!
 
Con questo ho finito. So la vostra fatica quotidiana, so cosa vi chiedo, so cosa dovete chiedere a voi stessi. Ma io penso che per voi, il vedere tanti visi “intenti” e non abbacinati davanti a voi, non velati da una penombra misteriosa, ma in una chiarità “amichevole” e sentirvi finalmente presenti, non solo per ciò che dice il vostro personaggio ma per ciò che “voi” pensate e giudicate del personaggio a voi affidato, sia una sensazione davvero nuova e profonda. Io credo che mai abbiate provato tale chiarezza, che mai vi siate sentiti così “uomini” intenti a parlare ad altri uomini, sulla scena come in questo spettacolo, e non solo mostri sensibili che si lacerano e gettano in viso agli altri quasi impudicamente brandelli di se stessi.
 
Difendete questo vostro diritto a parlare. Difendiamo a denti stretti, con i pugni chiusi, questo nostro spettacolo che vuole significare qualcosa per andare avanti, domani, noi stessi e il teatro con noi nella nostra “condotta,” nei nostri bauli, nelle nostre scatole di trucco.
Difendiamolo con serenità, con calma, con saggezza, con sicurezza e soprattutto con amore.
 
Il vostro G.S.
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