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Gli archivi del Piccolo Teatro


I giganti della montagna - 1947-48

autore: Luigi Pirandello
regia: Giorgio Strehler
scene: Gianni Ratto
costumi: Ebe Colciaghi
musiche: Fiorenzo Carpi
maschere: Marta Latis
    


Appunti di regia I giganti della montagna 1947

Appunti sulla prima edizione dello spettacolo I giganti della montagna di Luigi Pirandello

Dal Programma di sala 1947/48

Il mito dei Giganti

 

Potrà sembrare strano ma occorre forse, per entrare con facilità in questo mito, che è il mito dellarte ma è anche una concreta storia umana, in cui realtà e trasposizione cosmica si fondono quasi sempre con una felicità ineguagliabile, una disposizione candida, una ingenuità di sentire che si incanti dei lampi finti, delle luci, delle apparizioni, come possono incantarsi dei bambini: bambini che sanno già troppo, certo, ma sempre pronti ad un gioco di poesia.

 

E di questa, nei Giganti della montagna, ce nè molta. Mai ha tanto saputo distendersi, rompere ad un certo punto una disperata dialettica per raggiungere una serena misura di canto. Proprio in questa poesia, il dramma di Ilse e dei Comici arrivati una notte improvvisamente in una misteriosa villa ove vivono dei candidi illusi, ubriachi di infinito, fuori della vita, e costretti dalla loro stessa frenesia ad abbandonarla per recitare in mezzo ai "Giganti" che uccideranno Ilse inevitabilmente, acquista il suo sapore eterno.

 

Ed ecco così che il rinunciare da parte dei Comici alla villa diventa tragedia esplicita del cessare dallinfinito nellattimo stesso di ogni creazione.

 

La fatalità che è nella natura stessa dellarte non mai contenta di sé ma abbisognevole del coro intento di una collettività armonica che laccetti, spinge Ilse a non accettare il mondo degli Scalognati e di Cotrone. Al di qua ci sono i Giganti ma solo ad essi è possibile rivolgersi e tentare una parola di comprensione, perché solo essi anche se non lo capiscono, potranno capire un giorno e tramutare la pazzia di Ilse in concreta pacificazione. Questa è la desolata, la più desolata conclusione forse che Pirandello ci abbia lasciato, ma a cui pure freme lansia di ritrovare una "Società" composta, in cui si ritrova un altissimo messaggio che è di disperazione e di fede, al tempo stesso, nelluomo. Un messaggio di perdono e di pietà. Pietà per tutti. Per chi non sa far capire, per chi non capisce, per chi uccide e per chi viene ucciso.

 

Altro Pirandello non poteva dirci e forse è suprema grazia che la sua ultima parola si sia arresa nella lucida pace, agghiacciata come un cristallo, dei Giganti della montagna. A noi di accettarlo o, come Giganti, respingerlo. A noi di ritrovare una meraviglia incantata in quella fantastica camera dei fantocci, dove tutto il mondo del teatro si condensa misteriosamente, dove i sogni parlano e danzano. A noi capire che nella sgangherata carretta che trasporta Ilse morta, nel viaggio lento dei Comici, in questo corteo funebre per la Poesia uccisa, lungo la platea viaggia sì tutta la nostra storia di teatranti in pena, con tutti i nostri errori, con le nostre frenesie, ma viaggia forse, anche tutta la miseria di questo nostro povero mondo alla deriva.

 

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